Magarìa

Racconto breve di Gian Franco Murrone
#settembre02

il volto di mia madre non era mai stato così triste…non che io ricordi
si muoveva in modo vago…distante dalla dimensione in cui ogni madre calabrese viene catapultata quasi un volere divino un sortilegio da cui scappare o più semplicemente una imperitura devianza sociale a cui cedere, perché così è!
si poneva come un segno distintivo al quale ogni donna è soggetta, è implicito nella natura stessa di essere madre…in Calabria…avere un pargolo qui…crescere un figlio qui significa concedersi a un vizio malinconico ad una novella triste il cui finale è sempre il medesimo.
È uno strappo prematuro…e i suoi occhi verdi come il mare di questa terra staccata dal resto, vivaci ed ingenui come il nettare di uva spontanea che ogni tanto…se porgi il viso alla mite aria che dolce ti scompiglia i capelli mentre l’auto va su per la Statale…cresce come un invito…e mia mamma lo sapeva che i suoi occhi avrebbero pianto.
Un pianto diverso, lontano dallo stereotipo della semplice lacrima che d’un tratto ti sbocca sul viso rosso a sancire una tiepida o una fredda emozione…il rossore…calda o fredda…insieme!?…quelle lacrime che si conservano lasciando spazio alla volontà di volare…per non disturbare…per quel maledetto luogo comune che “di qua te ne devi andare”…e allora il pianto si nasconde, torna dentro e con ciò tutte quelle parole che si vorrebbero dire ma tanto è inutile…quasi fosse inutile…
Sulla soglia teneva per mano mio fratello, il più piccolo, benché non ce ne fosse per nulla bisogno…la casa è ben recintata e il piccolo è una personcina per bene…sa dove mettere i piedi…e allora resta da capirlo questo gesto…una consacrazione…un voler sancire innanzi a una definitiva partenza un contatto più forte con chi resta…ancora per un po’.
La osservo nel suo dondolare di pensieri che il suo sorriso (lieve) mi trasmette…con i suoi dubbi le sue paure…accompagnate sempre da un sibilo nascosto da un intimo segreto che tanto quell’amore sarà per sempre qualunque sia la distanza innanzi ad ogni difficoltà qualsiasi cosa accada perché basta uno sguardo una parola (lontana) un soffio una notizia per recuperare la dimensione…io madre…tu figlio…per sempre…ovunque tu vada…le balugina nella testa io lo so lo sento…e il mio cane nero e marrone si rende partecipe in maniera decisamente più giocosa…salta…a suo modo mi saluta…e torna a giocare…mentre il secondo dei tre ostenta mi sussurra un deciso “Ti raccomando” versa una lacrima e scappa da mamma in fondo è sempre lì che ci si rifugia…ed io cedo alla commozione…e tutto ciò che si trastulla nella semplice mente di mia madre si riassume nel solito monologo del “non farmi stare in pensiero a Mamma, capì?” ed io ripeto in maniera meccanica il solito testo…scritto da chissà quale illustre giocoliere di sillabe… “ non ti preoccupare”…ma quante cose celate in ogni soffio di sillaba pronunciata perché noi siamo così vittime di una semplicità che nasconde la reale essenza di ciò che siamo…esseri troppo complicati…dai pensieri troppo complicati…nascosti dietro la solita banalità…per non sembrare idioti…e quante volte ho filosofeggiato dietro tutto ciò nella mia piccola stanza…ma allora siamo idioti nell’animo…e ne gioisco profondamente…se questo è vero…voglio mostrare di essere idiota…perché sono idiota…pensieri troppo complicati…e la macchina scivola via con una forza d’attrito che neanche la scienza conosce e mio padre tace…mia madre non la vedo già più…il piccolo sarà già fra i suoi giochi…la mia testa scompone gli accenti cosi ruvidi …come la strada che percorro…che di una strada conserva solo – a stento – un po’ d’asfalto cotto al sole e qualche morto sparso qua e là, qualcuno sussurra 106, tra i ritagli di tempo che scandiscono il ritmo sempre troppo lento di questo lembo di terra lontano da tutto perfino da se stesso per recarmi in stazione…luogo di ritrovo per ragazzi vecchi e nuovi…innanzi al binario dell’unica rete che ci collega col mondo…mio padre rompe il silenzio per nascondere anch’egli i suoi più intimi pensieri dietro un semplicissimo
“Hai preso tutto”
“credo di si…insomma spero di si”
il telefono il carica batteria i soldi ce li hai il biglietto l’hai preso, devi obliterarlo me non te lo scordi che poi ti fanno la multa e dietro questo interminabile elenco di azioni su azioni stava un malcelato equilibrio a sopportare tutto ciò…un voler dire
“è giunto il momento…da questo momento in poi sono davvero costretto a considerarti un uomo, non che mi venga difficile ma il magone un po’ mi viene anche a me, le parole si bloccano non vogliono uscire e allora le lascio stare lì, anzi qui, guarda al confine fra il cuore e la gola dove i sentimenti hanno il loro sfogo fisico fino a proiettarsi giù nelle viscere del mio stomaco e farsi pesanti per amore tuo…perché finalmente…forse e te lo auguro…tutti quei tuoi dolci sogni di cui a lungo abbiamo discusso inizieranno ad avverarsi…buona fortuna piccolo grande uomo”.
E tutto questo era nei suoi occhi fissi sbarrati su quella maledetta strada che anche a noi direttamente aveva provato a farci lo scherzo…voleva burlarsi di noi tentando di strapparci violentemente il nostro piccolo una mattina d’inverno del 1992…due anni e mezzo…un’auto e poi il buio – ma si è salvato…forse il nonno a fare da scudo…vittima anche lui qualche anno prima di un incidente su quella strada…ma lui però non ce l’ha fatta…e ora ricordo perfettamente che il viso di mia madre era più triste allora…non perché fosse più dura da accettare…ma perché non c’era alcun volo da assecondare…solo una triste realtà senza perché…e intanto Eric Clapton…la stazione il parcheggio il bancomat ce l’ho si antonio sale a mirto…stazione di Cariati treno intercity proveniente da crotone per Milano centrale delle ore 18 e 19 viaggia con un ritardo di 35 minuti…e ti parie!!!!!!!!!!!…sussulta la stazione…«e po trenitalia fa pura a pubblicità, ca su trent’ann ca ni pianu per u culu…»«…pecchi mo simu pur’italiani…recita la stazione…il papi calabro si lamenta della difficoltà di trovare parcheggio ed è stato costretto a mettere la macchina in divieto di sosta…trovare parcheggio è difficile ma mica perché è pieno di macchine ma semplicemente perché non ci sono proprio i parcheggi…si quei cosi rettangolari con le strisce per terra non ci sono…è difficile come trovare lavoro tant’è che pure lì finisci in divieto di sosta…i bagagli unu rue tre e quattru tutto ciò che di tangibile posso portare con me di questa terra di quella che in fondo è la mia terra, il resto mi tocca immaginarlo; come fece mio padre molti anni prima di me lasciando questa terra, partendo alla volta di quel nord industrializzato…e poi scava scava…come aveva fatto suo padre via di qui perché non c’è né cibo né lavoro e allora si va in germania, nelle fabbriche…come il padre di suo padre…e come tutta questa stazione emigrante da sette generazioni perché se resti che fai…e allora si è tutti amici…tutti uniti in un destino comune…
“guarda chi c’è?”
“non lo conosco chi è”
«marco il nipote di peppe, quello che abita vicino al supermercato, col padre di questo qua quando eravamo piccoli andavamo nelle montagne sopra longobucco a rubare castagne, na volta c’ha trovati il proprietario dell’orto con l’accetta c’è corso dietro»
«pure Giuseppe e Carmela partono, i gemelli del destino, mi stavano talmente sul cazzo al liceo che se avessi potuto sbatterli fuori dall’istituto lo avrei fatto subito…»
«suo padre è un avvocato pare una persona per bene, perché ti stanno cosi antipatici»
«piccoli borghesi…cazzi loro»
dopo i soliti 40 minuti di ritardo l’illustre crotone-Milano arriva…abbraccio stretto mio padre unu rue tre e quattru e via al posto prenotato…il mondo mi aspetta…iniziamo pian piano a togliere i sogni dal cassetto…buon viaggio e fai il bravo…sempre in gamba…e il finestrino si allontana. Vecchi amici restano lì muti a vedere la loro prole partire, proprio come loro qualche tempo fa con qualche cartone in più qualche speranza in meno, oggi grazie a quelle partenze per noi i cartoni non ci sono più e le speranze si moltiplicano. Sul treno i dialetti si ammassano e si confondono in un caleidoscopico volteggiare di sillabe apparentemente molto simili ma dalla storia molto diversa per certo unite nel comune destino.
«compa chi re, duè ca sta iennu?»
«a modena»
«a modena si tu, e chi sta facennu?»
«sign’all’università, signi iscrittu a ra facortà e economia e marketing internazionale»
«ei alla maronna e chi bo fari u menager, iu fatigu n’tra na fabbrica fazzu tessutti ma già mi signu ruttu, compa ni virimu e roppu mo vai guardu due compa Giuseppe cà portata a sazzizza armenu ma fazzu na mangiata seria»
cazzo Pietrapaola, mia mamma ci sarà di certo sul…eccola…l’emozione mi sale fin sopra la gola a cercare espressione e lo sguardo lontano si incrocia col mio…l’affetto infinito è reciproco…vado via con questa certezza…e fra tredici ore quando sarò a modena per certo avrò il suo calore negli occhi…pochi istanti per dirsi ciao e l’inesorabile treno mi conduce via di qua dalla mia famiglia e il silenzio mi invade la mente e cerco spazio,

un involucro di pace nell’ammassarsi continuo di gente dal mio stesso cammino

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